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Francesca Romana Fragale e l’Effettismo di Lucrezia Rubini

Sabato 2 febbraio 2019 si è inaugurata la mostra personale di Francesca Romana Fragale, che è proseguita fino al 10, a Roma in via del Corso, patrocinata dall’Accademia d’Arte Moderna, curata dal maestro Claudio Morleni, con l’apporto critico della sottoscritta e ripresa da Art news 24 su Rete Oro, a cura di Gabriele e Daniele Nicosia. In mostra, una selezione di una ventina di opere hanno delineato il percorso artistico dell’artista. Francesca Romana Fragale è figlia d’arte, di Lina, scrittrice, e di Franco, scomparso nel 2014, scrittore, pittore, ingegnere, segretario generale dell’Associazione Cento Pittori di via Margutta e fondatore del Movimento dell’Effettismo, il cui Manifesto fu da lui stesso pubblicato nel suo “Manuale di pittura” editore Scialpi. Questo patrimonio di conoscenze e competenze, lasciato dal padre, è stato ripreso da Francesca, che è stata sua allieva sin da bambina. Francesca ha pubblicato otto libri e ha sospeso la sua attività di avvocato penalista su tematiche riguardanti l’ambiente– avendo sostenuto diverse cause sull’impatto dell’elettromagnetismo, contro la discarica di Malagrotta, contro l’alto livello di emissioni della radio Vaticana. Le scelte ecologiche e artistiche si sono poi concretizzate, da parte di Francesca, nella fondazione dell’Associazione Futuro Sostenibile onlus, e nell’incarico di vicepresidente dell’Accademia Internazionale d’ Arte Moderna di Roma. La poetica dell’artista si rifà ai concetti fondamentali della filosofia del Movimento dell’Effettismo – su cui a novembre si terrà una grande mostra dei Pittori Effettisti. Il principio fondamentale di questo Movimento è quello di non copiare, non plagiare, non usare il computer, non riprodurre in modo pedissequo la natura; mentre scopo dell’arte è quello di suscitare un effetto emotivo di stupore nei confronti di chi guarda, ma nello stesso tempo renderlo partecipe della realizzazione della creazione dell’opera d’arte. L’Effettismo si basa sulle teorie dello scienziato francese Jean Pierre Changeux nel suo saggio “L’uomo neuronale”. Egli sostiene che guardando un’opera d’arte noi riconosciamo in essa il patrimonio mnestico, che abbiamo accumulato nel nostro subconscio, e collegando l’opera a tale memoria, la “ricostruiamo”, partecipando all’azione creativa dell’artista. Le opere di Francesca sono tutte cariche di simboli e di significati, che prendono spunto dalla sua esperienza personale, come lei stessa ci indica nelle didascalie delle varie opere; tuttavia queste assurgono poi a dei significati universali, per cui vi è un passaggio dall’individuale all’universale, dall’episodio biografico personale– primo fra tutti la morte del padre — ad una dimensione più ampia, anzi immensa. Nell’opera “Giustizia” l’artista fa riferimento a tre fondamentali svolte della sua vita: l’abbandono della sua attività di penalista, la svolta, sul piano della ricerca artistica, del passaggio dal figurativo all’astratto e, contestualmente, l’incarico come vicepresidente dell’Accademia Internazionale d’Arte Moderna. Come abbiamo notato, ogni quadro è legato ad un episodio biografico e “Il cielo che piange” ricorda proprio la morte del padre, che ha costituito un trauma irrisoluto ed una cesura non rimarginabile nella vita dell’artista: il quadro è stato eseguito quando il padre già era gravemente malato e il fatto che il cielo versi gocce di sangue sta ad indicare la pervasività del dolore di Francesca, che acquisisce una dimensione cosmica.

In “Caos” l’artista esprime, come lei stessa spiega, una sua condizione personale, relativa ad un periodo di grande confusione, di disillusione dell’immortalità; di fatto, questo caos assurge ad un significato universale, emblematico, più complesso e più ampio; infatti non è da intendersi, a mio avviso, come disordine, poiché qui vi è, invece, un ordine: l’immagine raffigura una forma ovoidale, che fa riferimento ad un origine, un primitivo, alla nascita della vita; c’è un filo conduttore in questi convolvoli, in queste spirali che ricordano quasi l’acido desossiribonucleico del dna, oppure ricorda la formazione della vita, dell’incipit della vita sia dei primi esseri viventi, sia dell’ origine del mondo. In Icaro l’artista fa riferimento alla morte del suocero, il dottor Nino Barrasso, e successivamente ha usato questa immagine per la copertina del libro di racconti brevi del marito Giampiero, dal titolo ‘I 29racconti’; qui Icaro viene rappresentato mentre da solo si spinge verso il sole, quando le sue ali di cera si stanno sciogliendo in gocce di sangue. “Le anime del Purgatorio”, è un’opera caratterizzata dall’uso del dripping, con un blu che si fa elemento strutturante, diapason di tutta la composizione, con palloncini ancorati a terra, che rappresentano le anime del Purgatorio. L’artista vede in questo modo il Purgatorio; in realtà possiamo proiettare in quest’opera le nostre immagini interiori, che fanno riferimento a quell’immaginario personale, a quel bagaglio esperienziale, che ci fa individuare delle “somiglianze di famiglia”, delle connessioni tra la nostra esperienza personale e ciò che vediamo, ovvero possiamo vedere in modo assolutamente proiettivo l’immagine offerta: in questo modo avremo “completato” pienamente ciò che l’artista voleva esprimere. “Prospettive insolite” appartiene– come “Il cielo in città”–alla fase pienamente astratta dell’artista; qui vi sono stralci di un pavimento, di una stanza, vista dall’alto, come se il soffitto fosse bucato, ma questa realtà è del tutto alterata e questo ci fa riflettere sulla sua relatività e sulla trasformazione che tale realtà può subire nell’opera d’arte: come cioè l’arte può reinventare, rileggere in modo del tutto inedito, ricostruendola, ma anche destrutturandola, tale realtà. Infine, una delle opere più significative è “Rispetto”, che raffigura una formica gigantesca, che cammina, che domina dei solchi giganteschi e alcune foglie; l’artista ricollega l’elaborazione di questa immagine ad uno stralcio dello “Zibaldone” di Giacomo Leopardi, in cui il poeta dice che non ama neanche passeggiare per i prati, temendo di schiacciare ad ogni passo le formiche – nell’ambito della sua visione pessimistica e alla vigilia dell’elaborazione del suo pessimismo cosmico. In realtà la figura della formica si carica di valenze simboliche significative, antiche e moderne; è un animale fortissimo, che può trascinare un peso anche cento volte il suo stesso peso corporeo; è stata trattata nella letteratura, a cominciare dalla favola di Esopo, come un animale forte, previdente, prudente, tenace — fa eccezione Gianni Rodari, che dedica la sua poesia alla cicala, che sa vivere e far vivere l’effimerità della leggerezza della felicità, offrendoci il suo canto per l’estate. Le formiche tra l’altro sono tra gli insetti che dovranno costituire, in un futuro non troppo lontano, uno degli alimenti al quale ci dovremo abituare: questa formica gigantesca ha un valore simbolico altissimo, viene rappresentata più grande di noi, e noi siamo collocati in basso, quindi da un punto di vista ribassato; qui c’è una specie di prospettiva rovesciata, invertita, in cui noi siamo quasi più piccoli della formica; qui il punto di vista si inverte: come potremmo vedere la formica se fossimo più piccoli di lei e lei fosse più grande di noi? Avremmo un punto di vista diverso sulla Natura e ci renderemmo conto della saggezza della formica. Questo quadro è un monito, un messaggio anche ecologico a riflettere sul modo in cui l’uomo “antropocratico” domina il mondo, senza rendersi conto di quanto sono importanti gli animali per il ciclo della vita, anche se sono molto piccoli, proprio come la formica; qui la formica domina le zolle ed è regina del suo spazio, ha un ruolo fondamentale nel suo ambiente, che gestisce con grande consapevolezza; solo che lei sa, a differenza di noi uomini, rispettare la natura: quindi questa formica con il suo atteggiamento vuole essere un esempio per tutti noi. Le opere d’arte di Francesca Romana Fragale si qualificano pertanto come salvifiche “macchine per pensare”, e per sentire, il senso della Natura, e del nostro futuro su questo pianeta.

Prof.ssa Lucrezia Rubini

Critico d’arte dell’Accademia Internazionale d’Arte Moderna

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