All’ombra di Malagrotta

di Sofia Basso 5 nov 2011

 

Mentre a Roma infuria la battaglia sui nuovi siti per i rifiuti della Capitale, l’avvocato che ha fatto aprire un’indagine per omicidio colposo contro la megadiscarica rilancia: «La Thyssen ci ha ricordato che l’accettazione del rischio si paga»

Malagrotta come la Thyssen? A paragonare la megadiscarica della Capitale alla multinazionale tedesca condannata in primo grado per il rogo dell’acciaieria di Torino è Francesca Romana Fragale, l’avvocato che ha appena fatto aprire l’inchiesta della Procura di Roma sui quattro abitanti dell’area di Malagrotta morti di tumore tra il 2008 e il 2010. Dopo aver presentato un esposto per omicidio colposo e disastro ambientale contro la discarica, il legale di parte civile annuncia a left che intende rincarare la dose: «La Thyssen ci ha ricordato che esiste anche il dolo eventuale, cioè l’accettazione del rischio che l’evento si verifichi. Farò presente agli organi competenti che anche in questo caso potrebbe essere astrattamente configurabile la stessa ipotesi, che è uno scalino superiore rispetto alla mera colpa per negligenza, imprudenza e imperizia». Le tragedie, insomma, possono essere impreviste o messe in conto. E se qualcuno è davvero morto per l’invaso più controverso d’Europa, non si può dire che gli allarmi non ci siano stati. Di certo sono state molte le richieste, da Roma e da Bruxelles, perché l’impianto sulla Aurelia si mettesse in regola con le norme ambientali e l’area venisse bonificata. Fino all’ordine perentorio di chiusura. Tante volte annunciato, il pensionamento della discarica viene rimandato di anno in anno dal 2007. L’ultima proroga scade il 31 dicembre, ma il sindaco di Roma già parla di uno slittamento a fine marzo 2012. «Credo che in Procura stiano disponendo un’indagine epidemiologica – spiega il legale che sostiene le famiglie delle vittime – per verificare se sussiste o meno il nesso di causalità tra le emissioni nocive provenienti dalla discarica e gli eventi lesivi».

I nomi degli indagati di questo ennesimo procedimento a carico della discarica gestita dalla Giovi, società del gruppo Colari di Manlio Cerroni, il monopolista dello smaltimento dei rifiuti in Lazio, sono ancora secretati. L’imprenditore, intanto, smentisce qualsiasi legame tra i suoi impianti e le patologie sviluppate dagli abitanti cresciuti all’ombra del più grande immondezzaio d’Europa. L’indiscusso re dei rifiuti, che ha collezionato procedure di infrazione perché non trattava la spazzatura prima di interrarla, questa volta ha dalla sua una sentenza del Tar che ha annullato l’ordinanza del Campidoglio che sollecitava una messa in sicurezza dell’area. A far scattare la richiesta del Comune erano stati gli allarmanti risultati di uno studio Ispra, confermato quest’estate dall’Arpa, che rilevava «uno stato di contaminazione diffuso delle acque sotterranee per metalli e inquinanti organici». Accanto ad arsenico, nichel, alluminio, piombo e benzene, con valori superiori ai limiti di legge sino a 200 volte, nei pozzi interni ed esterni dell’invaso era stato trovato anche N-burtilbenzenesolfinammide, una sostanza cancerogena indicata in letteratura «come possibile marker di contaminazione da discarica di rifiuti solidi urbani». Data la presenza di altri impianti potenzialmente inquinanti, secondo il Tar, è difficile quantificare l’eventuale «effetto indotto dalla discarica». A negare quello che nemmeno il Tribunale amministrativo esclude è Cerroni: «Malagrotta è una grande vasca isolata senza collegamento alcuno con l’esterno».

Mentre l’imprenditore e le istituzioni litigano sull’interpretazione dei dati, gli abitanti del circondario si ammalano. E alcuni muoiono. Come Gerardo Ferrante, promotore del comitato Pisana 64, ucciso in pochi mesi da una rara forma di tumore al cervello. Fino all’ultimo, con un filo di voce, dava consigli agli amici su come proseguire la battaglia. Due settimane fa, l’avvocato Fragale ha presentato alla Procura di Roma 12 nuove cartelle cliniche per ampliare il dossier della class action contro quei 240 ettari di rifiuti per 47 metri d’altezza, l’ottavo colle di Roma, come l’ha soprannominato qualcuno. Quartieri interi, da Massimina a Ponte Galeria, trattengono il respiro quando tira vento, a seconda che soffi il maestrale o la tramontana. «I rifiuti andrebbero coperti con almeno 20 cm di terra – denuncia Salvatore Damante, ricercatore ambientale per i comitati – ma spesso non viene fatto, così l’acido solfidrico si sparge nell’aria, superando i limiti olfattivi anche di 10 volte». L’11 novembre Francesco Rando, amministratore unico della Giovi, dovrà tornare in aula dopo tre condanne penali, per difendersi nuovamente da accuse di malagestione e danni ambientali.

Intanto la discarica cresce in altezza, inghiottendo ogni giorno 5mila tonnellate di rifiuti. E alla sua ombra, Cerroni scava. Da settimane le sue ruspe sono al lavoro pochi chilometri più in là, a Monti dell’Ortaccio, allarmando i residenti che temono che il presidente del gruppo Colari stia preparando l’alternativa a Malagrotta ancora una volta sotto le loro finestre. Il timore, insomma, è che Cerroni voglia giocare d’anticipo sulle autorità della Capitale che vorrebbero costruire le nuove discariche a Riano e a Corcolle ma devono fare i conti con l’opposizione dei cittadini che il 5 novembre si sono dati di nuovo appuntamento in piazza. Mister rifiuti scava anche a Testa di Cane, subito dietro l’invaso storico, e c’è chi ipotizza che Cerroni stia preparando la pattumiera per le scorie del suo gassificatore. Perché se la discarica deve chiudere, la centrale avviata tre anni fa per bruciare il combustibile da rifiuti dovrebbe invece espandersi, attivando le seconde e terze linee. «Quando il Colari decise di collocare il gassificatore a ridosso della discarica – racconta Maurizio Melandri, presidente dell’Osservatorio ambientale della Valle Galeria -, il Comune di Roma chiese uno studio di sicurezza integrato per timore dell’effetto domino, perché in questa area ci sono altri cinque impianti a rischio di incidente rilevante». Cerroni è riuscito a fare a meno dello studio e ha costruito la sua centrale con i finanziamenti Cip6, quelli per le energie pulite. Oltre a non funzionare a pieno regime (in questi giorni sarebbe addirittura fermo), il gassificatore «non chiude affatto il ciclo perché espelle nell’atmosfera la materia rifiuto e produce nuovi scarti da trattare e da smaltire per migliaia di tonnellate/anno», denuncia un documento dell’Osservatorio. «Durante l’accensione – rincara Damante – c’è il rischio che si producano diossine». Tutto attorno, oltre alle zone abitate, ci sono fattorie e pascoli. Così, se l’inquinamento dovesse filtrare nel terreno, nell’aria o nelle falde come sostengono da tempo i comitati, finirebbe immancabilmente sulla tavola degli italiani.

Il signore della spazzatura nega tutto e ha tappezzato i cancelli della discarica con nuovi cartelli che pubblicizzano il suo Progetto di ripristino ambientale con l’immagine di una grande area verde. «Nell’arco di 4-5 anni, Malagrotta diventerà un Parco naturale con oltre 340mila piante», scrive Cerroni, che non ha risposto alle richieste di intervista di left ma verga molti comunicati stampa. «Vuol fare concorrenza al Central park – chiosa ironico Sergio Apollonio, instancabile presidente del Comitato Malagrotta -, purtroppo questa discarica inquinerà ancora per decenni». Da qui la richiesta che vengano rispettate le norme per la gestione post operativa trentennale dell’impianto, con «controlli costanti della captazione del biogas e dell’estrazione del percolato», il liquido che si forma con la putrefazione dei rifiuti. «Se non si faranno i lavori – avverte Damante -, il percolato continuerà a uscire, come effetto delle piogge e del cedimento del terreno. Purtroppo bisogna ricordarsi che i metalli pesanti nelle falde danno patologie dopo molti anni». Così, alla vigilia dell’agognata chiusura della megadiscarica, la strada per gli abitanti della zona, stanchi e intontiti dopo trent’anni di battaglie, è ancora in salita. E alle loro preoccupazioni, si aggiungono quelle dei residenti di Riano e di Corcolle, pronti alle barricate contro il progetto di due nuove discariche sul loro territorio. Perché se Roma non può finire come Napoli, loro non vogliono finire come Malagrotta.